Tomb Raider: è di nuovo game over per i videogiochi sul grande schermo

Mi risulta pressoché incomprensibile come gli sceneggiatori di questa trasposizione delle peripezie di Lara Croft abbiano potuto mancare il bersaglio in maniera tanto clamorosa, considerato che il gioco oggetto dell’adattamento era già di per sé caratterizzato da una trama e da una presentazione altamente cinematografiche. Insomma, il compitino era in larga parte già fatto, si trattava “semplicemente” di sintetizzare gli elementi di maggiore fascino e impatto in un prodotto coeso e coerente dal punto di vista narrativo.

Al contrario, la strategia adottata dall’esordiente Geneva Robertson-Dworet (attualmente all’opera su Captain Marvel… che Dio ci aiuti…) e Alastair Siddons (Codice criminale) parrebbe essere stata esattamente l’opposta: eliminare o edulcorare tutto ciò che aveva tenuto i videogiocatori incollati ai joypad, per sostituirlo con un’interminabile serie di scene fiacche e banali che non contribuiscono a donare spessore al personaggio, né ad accrescere il ritmo o la tensione della storia. Ci tocca attendere l’ultimo atto del film prima che Lara metta finalmente piede in un’antica tomba per rendere giustizia alla propria fama di archeologa avventuriera, e anche allora, da assoluto casual gamer quale sono, non ho potuto non rimanere con l’amaro in bocca.

Il regista norvegese Roar Uthaug (suo il notevole The Wave) dirige con sufficiente competenza sequenze d’azione minate da una genericità troppo manifesta per infondervi la benché minima dose di stile o carattere. Lo stesso può essere affermato della performance di Alicia Vikander, premio Oscar come miglior attrice non protagonista per The Danish Girl, qui alle prese con il suo primo ruolo fisicamente impegnativo, per il quale non si direbbe particolarmente tagliata. Sotto il profilo più strettamente drammatico, anche lei fatica a remare contro il disservizio resole dalla sceneggiatura, che le ha lasciato ben poco con cui lavorare e un assai limitato spazio di manovra, rimpiazzando l’epicità della brutale lotta per la sopravvivenza in un ambiente ostile con un sentimentalismo sdolcinato condito di flashback spicci e clichés.

Rileggendo questa mia recensione, scritta a caldo non appena rientrato dal cinema, mi domando quanto il mio giudizio impietoso sia stato influenzato dal paragone con il materiale d’origine di Tomb Raider. Lo è stato almeno in parte, non lo nego. Ma la sonnolenza generale che ho percepito nel pubblico della sala quasi colma allo spettacolo del sabato sera mi ha lasciato intendere che il problema non sono io.

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