Viaggio nel cinema horror spagnolo: Veronica, Muse, El bar, Marrowbone

Negli ultimi decenni, la vivace cinematografia horror/thriller iberica si è imposta come una fonte preziosa per i fan in cerca di un’alternativa alle produzioni hollywoodiane più gettonate e spesso incanalate in filoni sfruttati fino al totale inaridimento creativo. Quella che segue è una rapida panoramica su quattro film dell’orrore o di tensione made in Spain, tutti firmati da alcuni dei più interessanti esponenti del genere e rilasciati di recente sul mercato internazionale.

VERONICA

Già accolto in patria con numerose candidature ai premi Goya e Feroz, Veronica è stato da poco lanciato in tutto il mondo grazie alla piattaforma Netflix, che ha garantito al film una ragguardevole visibilità a livello internazionale e un buon passaparola fra gli appassionati. Le reazioni sono state le più disparate: da quelle di chi terrorizzato ha dovuto interrompere la visione spegnendo il televisore, a quelle di coloro che lo hanno giudicato tiepidamente come un horror nella media. Come spesso accade, la verità probabilmente sta nel mezzo.

La storia – ispirata a fatti realmente accaduti… più o meno – è quella dell’adolescente Veronica, la quale durante un’eclissi solare partecipa assieme ad alcune compagne di scuola ad una seduta spiritica, nel tentativo di contattare il padre defunto. A rispondere alla loro invocazione, però, è un’entità maligna che inizia a perseguitare la ragazza e la sua famiglia.

Dietro la macchina da presa è Paco Plaza, noto nell’ambiente per avere diretto i primi tre capitoli della quadrilogia zombie di Rec, mentre il cast è composto in larga parte da volti quasi esordienti. Pur subendo le influenze del sottogenere paranormale à la Wan, l’ultimo lavoro di Plaza riesce comunque a farsi notare, se non per l’originalità della trama, per l’ottima fotografia e per le solide performance del giovane cast. L’ambientazione prevalentemente domestica e la prospettiva famigliare contribuiscono a rendere i personaggi più credibili e sfaccettati delle solite macchiette monodimensionali a cui tanti prodotti commerciali del genere ci hanno tristemente abituati.

La scena di apertura imposta immediatamente un efficace livello di tensione mantenuto o addirittura incrementato per tutta la durata del film, sebbene si avverta una certa pesantezza nel secondo atto, che avrebbe forse beneficiato del taglio di qualche sequenza non indispensabile ai fini della narrazione, ma che riprende ritmo nel finale. Per quanto possibile, Plaza evita di ricorrere agli abusatissimi jump scare, prediligendo piuttosto un pervasivo senso di oppressione e l’utilizzo dosato di immagini profondamente inquietanti.

MUSE

Da un altro dei creatori e registi della saga di Rec, Jaume Balaguero (Darkness, Bed Time), arriva invece Muse – sugli schermi italiani dal 14 giugno – un thriller psicologico con elementi soprannaturali che vede un professore di letteratura e una misteriosa donna allearsi dopo aver avuto entrambi lo stesso sogno premonitore di un omicidio per affrontare le potenti dee ispiratrici della mitologia.

Muse è un adattamento del romanzo La dama numero tredici di José C. Somoza, nonché il terzo film in lingua inglese diretto dal regista spagnolo. Si tratta infatti di una co-produzione internazionale fra Spagna, Irlanda, Belgio e Francia, come evidenziato anche dal cast: l’irlandese Elliot Cowan (presto in TV con la serie Krypton), la tedesca Franka Potente (Lola corre, The Bourne Identity), la romena Ana Ularu (Inferno) e Christopher Lloyd (Ritorno al futuro).

La filmografia di Balaguero è sempre stata contraddistinta da alti e bassi, film più riusciti e clamorosi scivoloni. Purtroppo Muse ricade nella seconda categoria. La sceneggiatura risulta confusa, a tratti sciatta, incapace di mantenere il focus su quello che è l’aspetto più intrigante, cioè le muse stesse. L’orrore e il gore vengono sacrificati a vantaggio di una detective story che non riesce ad avvincere o a farsi almeno prendere sul serio. Non avendo avuto modo di leggere il libro, non sono in grado di stabilire se il difetto derivi dalla materia prima o dalla trasposizione della stessa in forma di copione. Il risultato ultimo, però, è quello di un generico giallo assai poco ispirato (ironia della sorte, considerato il titolo…) e decisamente dimenticabile.

EL BAR

Homo homini lupus, come dicevano i latini. Nel thriller di Alex de la Iglesia (Leone d’argento a Venezia con Ballata dell’odio e dell’amore) disponibile nel catalogo Netflix e proiettato fuori concorso al Festival di Berlino dell’anno scorso, otto sconosciuti si ritrovano intrappolati in un piccolo bar di Madrid, dopo che uno degli avventori è stato freddato da un cecchino uscendo dal locale. Mentre tentano di venire a capo della situazione, il panico si muta in paranoia, all’incombente minaccia esterna si aggiunge il pericolo forse addirittura più concreto proveniente dai compagni di sventura.

Lo scontro fra i personaggi non è solo lotta per la sopravvivenza, ma anche conflitto generazionale e sociale intriso di pregiudizi e diffidenze reciproci. La discesa in cerca di una via di scampo è tanto fisica quanto morale. Il concept di base può legittimamente sembrare di quelli visti e stravisti (impossibile non pensare a The Hateful Eight di Tarantino, ma la lista di film analoghi è praticamente infinita); nonostante questo, grazie al particolare stile registico di Alex de la Iglesia improntato al grottesco e all’alternarsi di momenti di disperazione e abiezione a inaspettati sprazzi di humor nero, El bar si ritaglia un’identità propria in grado di soddisfare le aspettative degli amanti di un cinema di genere sopra le righe, sporco e cinico.

MARROWBONE

Un altro esempio di produzione spagnola internazionale in lingua inglese è Marrowbone, scritto da Sergio G. Sanchez, che dopo essersi occupato di sceneggiature del calibro di The Orphanage e The Impossible, debutta come regista per il grande schermo con un horror drammatico oggetto di opinioni discordanti: il rating di recensioni positive su Rotten Tomatoes è di appena il 40%, mentre l’indice di gradimento dei non addetti ai lavori pare essere più elevato.

Ambientato negli Stati Uniti, il film segue la storia dei ragazzi Marrowbone, rimasti orfani della madre in seguito alla fuga dall’Inghilterra per sottrarsi ad un misterioso e tragico passato. In attesa che Jack, il più grande dei quattro, raggiunga la maggior età e possa assumere legalmente il ruolo di tutore per i fratelli minori, i giovani decidono di isolarsi dal resto del mondo. La vecchia casa in cui hanno trovato rifugio cela però un’oscura e minacciosa presenza.

La cura estetica riservata all’aspetto visivo – dalla magnifica fotografia di Xavi Giménez alla ricostruzione storica di set e costumi, fino agli scorci paesaggistici mozzafiato del Principato delle Asturie, dove si sono svolte le riprese – aiuta Sanchez a costruire con la sua opera prima una piccola favola orrorifica nella quale gli elementi spaventosi si intrecciano efficacemente con l’atmosfera romantica delle estati adolescenziali di un’epoca, quella del finire degli anni ’60, più semplice e innocente. La commistione di generi comporta come effetto collaterale un ritmo narrativo meno serrato, tuttavia compensato dal grado di coinvolgimento emotivo e da una trama abilmente strutturata che non risparmia colpi di scena e attimi di tensione. Particolarmente azzeccato il casting di giovani promesse di evidente talento come George MacKay (Captain Fantastic), Anya Taylor-Joy (Split), Charlie Heaton (Stranger Things) e Mia Goth (La cura del benessere).

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