Pitch Perfect 3: è ora di calare il sipario?

Le (dis)avventure delle ragazze terribili del canto a cappella hanno avuto inizio nel 2012 con Pitch Perfect – distribuito in Italia con il titolo Voices, poi riconvertito in quello originale – una commedia musicale semplice ma altamente godibile, che ha saputo conquistare spettatori e critici grazie alla sua comicità sopra le righe e ad un cast femminile di interpreti azzeccatissime.
La Universal non si è lasciata sfuggire l’occasione di replicare il successo commerciale ottenuto, ed ecco quindi che nel 2015 arriva sugli schermi il sequel. Meno amato dalla critica, Pitch Perfect 2 triplica però gli incassi del suo predecessore, lasciando ben pochi dubbi sull’eventualità di un ulteriore seguito.

All’inizio dell’ultimo episodio di quella che è ora ufficialmente una trilogia, le Barden Bellas sono alle prese con le tribolazioni e le frustrazioni della loro vita adulta. Le amiche decidono di riunire la banda un’ultima volta per un tour in onore delle truppe statunitensi stanziate in Europa.

Dopo Jason Moore e Elizabeth Banks, a questo giro troviamo al timone Trish Sie, coreografa di music videos passata alla regia cinematografica nel 2014 con Step Up: All In. Mentirei se scrivessi che l’esperienza pregressa (o carenza della stessa) della Sie non è evidente in Pitch Perfect 3. Il ritmo fin troppo serrato del montaggio, da video clip appunto, è tremendamente snervante, persino per una produzione di questo tipo. Il sospetto, del tutto fondato, è che dietro la confezione patinatissima e l’enfasi ossessiva sull’aspetto musicale del film vi sia il tentativo di nascondere un’assoluta povertà di idee e la totale assenza di una trama degna di questo nome.

La sceneggiatura soffre non soltanto della perdita di smalto e freschezza di cui già aveva risentito il secondo capitolo, ma ad un’analisi obiettiva si rivela poco più di un pasticciato collage di scene banali e incoerenti frammiste a numeri canori più o meno interessanti. Kay Cannon, sceneggiatrice storica della serie, si rifugia nelle ormai fruste situazioni e battute che avevano a suo tempo decretato la fortuna del primo film, senza proporre nulla di nuovo al pubblico o ai propri personaggi. Con materiale simile a disposizione, non è difficile comprendere perché paia che le attrici abbiano impostato il pilota automatico.

Il detto “squadra che vince non si cambia” ha i suoi limiti quando si tratta di tenere in vita un franchise. Pitch Perfect 3 crolla sotto il peso della propria inconsistenza, dimostrandosi un esempio da manuale di cash grab (vale a dire un prodotto ideato con il solo fine di generare profitto). Ahimè riuscito, fra l’altro: pur segnando un calo nei guadagni, i 183 milioni di dollari racimolati finora spingeranno sicuramente Universal a persistere nella mungitura.

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